Marco, un cardiologo milanese, ha notato una cosa strana negli ultimi tre anni: la moglie di quarantacinque anni è stata convocata per una mammografia di screening, mentre un'amica di cinquant'anni non ha ricevuto invito alcuno. La differenza non è nel numero delle candeline, ma nel fatto che la moglie di Marco ha una madre e una nonna che hanno avuto tumore al seno prima dei sessanta anni. L'amica invece no. È il primo segnale che lo screening mammografico non è più una questione di età anagrafica, ma di rischio biologico e familiare.

Per decenni il mantra è stato univoco: le donne con un seno sano si sottoponevano a mammografia a partire dai cinquanta anni. Oggi quella regola si è spezzata in mille varianti. Organizzazioni come l'American Cancer Society, la Fondazione Veronesi in Italia e persino l'Organizzazione mondiale della sanità stanno modificando le raccomandazioni, spingendo per uno screening anticipato in categorie specifiche. Il motivo è semplice: diagnosticare un carcinoma mammario quando è piccolo e circoscritto cambia completamente la prognosi.

Negli anni cinquanta e sessanta, quando si iniziò a parlare sistematicamente di mammografia nei paesi occidentali, il tumore al seno era ancora quasi sempre una sentenza. Poi è arrivata la mammografia analogica, poi digitale, e infine la tomosintesi, che crea una sorta di tomografia del seno stratificato. Le tecnologie hanno cambiato il gioco. Nel contempo, gli studi epidemiologici hanno iniziato a identificare gruppi di donne con rischio maggiore: quelle con storia familiare, con mutazioni genetiche come BRCA1 e BRCA2, con densità mammaria elevata o con una precedente diagnosi di lesioni benigne atipiche. Questi fattori di rischio non seguono il calendario biologico: una donna di quarantadue anni con una mutazione genetica ha rischi simili a una sessantenne senza particolari fattori, ma molto più alti di una donna di sessanta anni con seno denso ma storia negativa.

I numeri confermano questa diversificazione. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, il tumore al seno in Italia colpisce circa 50.000 donne ogni anno. Quello che sorprende è la tendenza al ribasso dell'età media di diagnosi per alcune forme aggressive: i tumori tripli negativi e quelli correlati a mutazioni BRCA tendono a comparire in donne più giovani. Uno studio pubblicato nel 2022 da ricercatori dell'Università di Boston ha dimostrato che le donne con antecedenti familiari di tumore al seno hanno un rischio cumulativo di malattia che può raggiungere il 45-80% nel corso della vita, a seconda della mutazione. Per loro uno screening che inizia a quaranta anni, invece che a cinquanta, ha ridotto la mortalità del 15-20% in alcuni trial clinici.

Le cose che si dicono ma non hanno fondamento

Circola un'idea tenace: anticipare lo screening causerebbe sovradiagnosi e ansia ingiustificata. È vero in parte, ma solo per le donne a basso rischio. Per chi ha storia familiare di carcinoma mammario precoce, il vantaggio di una diagnosi più tempestiva supera il rischio di trovare lesioni che non progredirebbero mai. Secondo l'American Cancer Society, nelle donne ad alto rischio genetico, uno screening annuale a partire dai quaranta anni riduce i decessi specifici senza aumentare significativamente l'overtesting. Diverso è il discorso per una donna di quarantacinque anni senza familiarità e con seno di densità normale: per lei uno screening annuale è probabilmente prematuro.

Cosa fare in pratica? La prima mossa è una conversazione onesta con il medico di base o il ginecologo. Se in famiglia ci sono stati tumori al seno, ovarico o prostatico diagnosticati prima dei sessanta anni, o se si ha un consanguineo con mutazione BRCA già accertata, è ragionevole approfondire il rischio personale con una valutazione formale. Molte strutture pubbliche e private offrono consulenze oncogenetiche che calcolano il rischio in modo quantitativo. Se il rischio è elevato, lo screening anticipato con mammografia o risonanza magnetica diventa raccomandato e possibilmente anche gratuito, dipendendo dalla regione di residenza. Per chi il rischio è medio, la scelta può essere discrezionale e condivisa con il medico. La cosa importante è smettere di pensare a uno screening universale uguale per tutte.

L'anticipo dello screening non è quindi un atto di prevenzione primaria, ma di diagnosi precoce per chi ha ragionevolmente più probabilità di sviluppare la malattia. Non è isteria, è epidemiologia. E ogni donna merita di sapere il suo vero rischio prima di decidere quando mettersi a nudo davanti a una macchina che fotografa il suo seno.